Birra in Italia

Secondo la legislazione vigente[1], in Italia la birra è "la denominazione riservata al prodotto ottenuto dalla fermentazione alcolica con ceppi di Saccharomyces carlsbergensis o di Saccharomyces cerevisiae di un mosto preparato con malto, anche torrefatto, di orzo o di frumento o di loro miscele ed acqua, amaricato con luppolo o suoi derivati o con entrambi. La fermentazione alcolica del mosto può essere integrata con una fermentazione lattica. Il malto di orzo o di frumento può essere sostituito con altri cereali, anche rotti o macinati o sotto forma di fiocchi, nonché con materie prime amidacee e zuccherine nella misura massima del 40% calcolato sull'estratto secco del mosto".

Storia

In Sicilia nell VII secolo a.C. i Fenici commerciavano e consumavano la birra. In Piemonte, a Pombia, scavi archeologici hanno portato alla luce una necropoli protoceltica a cremazione, appartenente alla cultura di Golasecca. In una tomba a pozzetto, in proprietà Baù, risalente al 560 a.C., sono state rinvenute tracce di birra.[2]

La birra era nota ai romani che ne producevano una certa quantità, ma le invasioni barbariche distrussero i pochi impianti esistenti.[3] Tuttavia la produzione di birra non deve essere cessata del tutto se, alcuni secoli dopo, la famosa Scuola salernitana ne lodava in questo modo le proprietà:

«...sostiene la vecchiezza, non pesa allo stomaco debole, fluisce nelle vene, eccita le forze, aumenta il benessere, rinvigorisce il sangue, provoca l'urina, gonfia dolcemente il ventre.»[4]

In occasione delle proprie nozze, Ludovico il Moro fece distribuire birra gratuitamente ai milanesi[5] e in quel periodo a Firenze era nota come "vino d'orzo".[5]

Nel 1650 venne data alle stampe l'opera del medico bolognese Vincenzo Tanara, L'economia del cittadino in villa, ove vengono descritte le tecniche per la produzione casalinga di birra e pure le caratteristiche delle birre negli altri paesi d'Europa.[6]

La prima birreria italiana, secondo Ermes Zampollo, che pubblicò un suo articolo in merito sul numero di ottobre 1984 di Civiltà del bere, sarebbe stata la Spluga, di Chiavenna, che aprì i battenti nel 1840,[6] ma la Wührer vanta l'inizio della sua attività in quel di Brescia nel 1829, ad opera del fondatore, Franz Saverio Wührer, mastro birraio austriaco.[7] Nel 1845 il Ducato di Lucca emise un decreto tendente a favorire l'apertura di un birrificio, cosa che avvenne l'anno successivo ad opera dell'austriaco Felix Pfanner, la cui azienda avrebbe funzionato a Lucca fino al 1929.[senza fonte]

In Italia il primo a coltivare luppolo per la produzione della birra fu il forlivese Gaetano Pasqui, nel 1847.[8]

In generale la metà del XIX secolo vede la nascita di piccoli impianti industriali per la produzione di birra;[9] a fine secolo XIX si contavano in Italia già circa 140 birrerie a produzione industriale ma con tecniche poco più che artigianali, tra le quali si annoverano le marche Wührer, PeroniMenabrea.[6] Produzione e consumo, in costante ascesa, raggiungono il picco alla fine degli anni venti, con 1.569.000 hl prodotti nel 1925. A partire però dal 1927, con la famigerata Legge Marescalchi e con l'aumento della tassazione sulla birra, il consumo e quindi la produzione di birra calano rapidamente (a favore di chi produceva vino).

Le successive vicende belliche non aiutano e i decenni successivi alla seconda guerra mondiale vedono livelli altalenanti di produzione e consumo, tendenzialmente comunque sempre in crescita, sino agli anni più recenti. Nel 1964 il consumo di birra in Italia (produzione nazionale più importazioni) raggiunge i 4.352 milioni di ettolitri e nel 1983 giunge fino a 12 milioni, con un consumo annuo pro capite di, rispettivamente, 8,41 litri e 20, 77.[10]

L'Italia è il paese con il tasso di consumo di birra più basso d'Europa, (circa 28,6 litri pro capite all'anno),[11] dato che storicamente nella penisola italiana si produce e si consuma molto vino. Tradizionalmente viene abbinata alla pizza. Nel 2010 in Italia sono stati consumati 30 litri di birra pro capite[12].

Le produzioni di nicchia


La produzione dei microbirrifici italiani nel complesso presenta una creatività e una varietà notevolissima, forse proprio a causa della mancanza di una tradizione consolidata. Si producono birre ispirate ai più diversi stili internazionali, ed anche create con ingredienti e aromatizzazioni più o meno inusuali come farrofrutta e castagne, ma anche mirrazenzero e fagioli. Inoltre in diverse realtà l'esperienza derivata dalla vinificazione è stata messa a frutto anche per la produzione della birra.A partire dal 1996, in seguito a novità legislative che permisero anche ai privati di produrre legalmente birra (homebrewing) un gran numero di microbirrifici hanno aperto i battenti.[13][14] Queste piccole realtà possono definirsi tali se la loro produzione non supera i 5.000 (o secondo altri 10.000) hl annui.[15]

Nella seconda metà degli anni 2000 anche l'esportazione di queste birre "artigianali" ha raggiunto un discreto livello, principalmente sul mercato statunitense, ricevendo in alcuni casi un ottimo apprezzamento, come testimoniano i principali siti internet di rating.[16]

Legislazione

La legislazione italiana[N 1] suddivide la birra nelle seguenti categorie, con finalità fiscali (differenti accise che gravano sul produttore):

  • birra doppio malto: oltre 14,5 gradi Plato
  • birra speciale: oltre 12,5 gradi Plato
  • birra: oltre 10,5 gradi Plato e titolo alcolometrico volumico superiore a 3,5%
  • birra leggera o light: grado Plato compreso tra 5,0 e 10,5 e titolo alcolometrico volumico compreso tra 1,2% e 3,5%
  • birra analcolica: grado Plato compreso tra 3,0 e 8,0 e titolo alcolometrico volumico inferiore a 1,2%

Queste diciture devono essere utilizzate nella designazione in etichetta.

Da sottolineare che è entrato anche nel linguaggio comune (ma solo in Italia) il termine "birra doppio malto", ma in realtà non ha alcun significato (qualitativo o di tipologia) se non, appunto, di tipo fiscale, e quindi non serve ad individuare un particolare tipo di birra rispetto ad un altro, contrariamente a quanto comunemente si crede[17]. A ciò si aggiunga che tale dizione è prevista solo dalla legislazione italiana, pertanto fuori dall'Italia è sconosciuta. Infine, non solo "doppio malto" non è uno stile brassicolo ma, paradossalmente, ha poco a che fare con la effettiva quantità di malto estratta nel mosto.

Birra artigianale

Dall'estate 2016 in Italia la birra artigianale è definita per legge[18]. Infatti, la legge 28 luglio 2016, n. 154 (capo V)[19]definisce la birra artigianale come "la birra prodotta da piccoli birrifici indipendenti e non sottoposta, durante la fase di produzione, a processi di pastorizzazione e di microfiltrazione.

Ai fini del presente comma si intende per piccolo birrificio indipendente un birrificio che sia legalmente ed economicamente indipendente da qualsiasi altro birrificio, che utilizzi impianti fisicamente distinti da quelli di qualsiasi altro birrificio, che non operi sotto licenza di utilizzo dei diritti di proprietà immateriale altrui e la cui produzione annua non superi 200.000 ettolitri, includendo in questo quantitativo le quantità di birra prodotte per conto di terzi".

Grazie a questa legge sono protette le denominazioni "birra artigianale" e "piccolo birrificio indipendente", rendendole indisponibili ai numerosi marchi di proprietà delle multinazionali della birra.

Birrifici

Nel XXI secolo, ci sono pochi grandi birrifici tra i quali possiamo ricordare: